mercoledì 1 dicembre 2010

Discorso per la Giornata della Lotta all'AIDS

Discorso che avrei voluto tenere prima del concerto del 30 novembre 2010 nella Cappella Farnese del Palazzo d'Accursio di Bologna. (Alla fine, per non annoiare troppo il pubblico, ho deciso di dire solo qualche parola improvvisata)


Mi ricordo la prima volta che ho sentito parlare di AIDS. Avrò avuto 7 o 8 anni. Freddie Mercury era appena morto e i dischi dei Queen avevano conosciuto, ovviamente, un boom delle vendite, giunto fino ai miei compagni di classe delle elementari. La mia maestra Cristina disse che amava molto la musica di Freddie Mercury ma che le pareva disdicevole che si santificasse uno che era morto di AIDS. Fosse morto di cancro avrebbe potuto capire. La prima cosa che ho imparato dell’AIDS è che non si tratta di qualcosa di rispettabile.

Crescendo ho imparato anche che i malati di AIDS, che, come mostrato dalle pubblicità, si potevano distinguere per il caratteristico alone viola, posizionavano aghi infetti sui pulsanti dei passaggi pedonali o sulle maniglie delle portiere delle auto così da infettare il maggior numero possibile di persone, per sollecitare le ditte farmaceutiche a trovare una cura. E l’idea di potermi pungere con una siringa abbandonata in un parco era il mio terrore principale.

In seguito ho ricevuto informazioni più corrette, ma la mia prospettiva è cambiata radicalmente solo pochi anni fa, quando ho conosciuto un ragazzo che mi ha detto di essere sieropositivo. Era sieropositivo ma era pieno di vita, lavorava, viaggiava, aveva molti interessi… Non era in un film americano e non era cerchiato di viola, era lì a dormire nella mia camera per gli ospiti.

E’ stato lui a spiegarmi che senza dubbio avevo tanti altri amici sieropositivi che però non mi avevano detto di esserlo, cosa che infatti è. Improvvisamente la sieropositività (e quindi l’AIDS) erano entrati nel mio mondo e non erano più una punizione mitologica per chi non si comporta secondo un codice morale (non fare sesso/fare poco sesso/usare il preservativo/ecc…), ma una malattia. Esattamente come il cancro o la sclerosi multipla. E per fortuna, con le nuove terapie, molto meno terribile di quelle.

Molti di voi che siete qui stasera forse potranno riconoscersi nella mia storia. Ma purtroppo la maggior parte delle persone non sieropositive non ha l’occasione di conoscere persone che parlano in modo aperto della propria sieropositività, perché c’è molta paura. Paura di essere allontanati, di non ottenere un lavoro, di non trovare più partner sessuali, paura, cioè, della paura degli altri. E’ un po’ la stessa situazione dell’omosessualità, con l’aggravio che, essendo una malattia infettiva, la gente si può trincerare dietro una motivazione apparentemente razionale, quello di salvaguardare la propria salute.

La cosa più importante è quindi una corretta informazione: sapere in che modo si può e non si può contrarre questo virus. Per questo vi segnalo le iniziative del Circolo Arcigay “Il Cassero” di domani, dalle 11 alle 18 in piazza Ravegnana distribuzione di preservativi e materiali informativo e alle 18.30 al Cassero la proiezione del video “Fallo bene!” prodotto da Arcigay in occasione della conferenza internazionale sull’Aids tenutasi in luglio a Vienna.

Ma l’AIDS non è solo un problema medico-scientifico. Perché se uno scopre di avere il cancro ne parla con gli amici e i genitori e se scopre di essere sieropositivo non è improbabile che invece decida di tenere la notizia per sé? Perché la mia maestra delle elementari riteneva che la morte di Freddy Mercury fosse disdicevole? È che l’AIDS è una malattia che principalmente si prende facendo sesso. E il sesso è peccato. Quindi se prendi l’AIDS te la sei cercata. E questo meccanismo mentale, che il più delle volte non è esplicito, non è proprio soltanto del papa e dei cattolici, ma di tutta una società.

La ragione di questo concerto sta qui: Lotta all’AIDS non significa soltanto sperare che la comunità scientifica individui precisamente le cause della sindrome da immunodeficienza acquisita e trovi una cura risolutiva, ma anche lotta ai pregiudizi che colpiscono la vita di un sieropositivo più della sieropositività stessa. Associando la nostra musica alla parola AIDS non vogliamo soltanto commemorare le persone che sono morte di questa malattia, ma soprattutto vogliamo invitare tutti a riflettere: vi spaventa l’idea che il vostro vicino sia sieropositivo? vi spaventa l’idea che il vostro vicino possa scoprire che siete sieropositivi? Lo sapete che il vostro vicino potrebbe essere spaventato da voi? Che cosa volete fare perché questo non accada?

Una volta uno dei tanti coristi per una sera mi ha chiesto, un po’ infastidito dall’idea di questo concerto: “ma perché dobbiamo sempre fare questo collegamento tra omosessualità e AIDS?”.

Per molto tempo l’AIDS è stata “la malattia degli omosessuali”, poi “la malattia dei drogati”. Ora i casi tra gli eterosessuali sono di gran lunga la maggioranza ed è la malattia di tutti. Ma la comunità omosessuale ha sviluppato per prima una maggiore consapevolezza del problema e crediamo che un omosessuale sieropositivo incontri, almeno tra i suoi amici gay, meno discriminazione e isolamento che un eterosessuale sieropositivo. Riteniamo che storicamente la comunità omosessuale abbia una missione nei confronti della lotta all’AIDS ed è per questo che canteremo stasera.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Preg.mo Montanari, complimenti per la bella iniziativa di prevenzione. Ho solo da eccepire, lavorando da quasi 25 anni nel campo, sul tuo giudizio di maturità e responsabilità nonchè "consapevolezza" della comunità gay ... gli arrivi di nuovi sieropositivi negli ultimi 3-4 anni, sono quasi esclusivamente di maschi gay o bisessuali, perlomeno a Milano città, con abitudini sessuali assai promiscue. Cari saluti comunque e buon lavoro al tuo gruppo corale che svolge un'azione utile e culturale.
Dr. Paolo Vezzelli - Ospedale Sacco

Paolo V. Montanari ha detto...

Grazie mille. In effetti la nostra non è un'iniziativa di prevenzione, nel senso che non è nostro compito quello di dare informazioni medico-scientifiche, quanto di sensibilizzazione sul problema della malattia e della discriminazione sociale delle persone sieropositive. Non ho dato alcun giudizio sulla "maturità e responsabilità" della comunità gay. Sostengo che la comunità omosessuale, che innegabilmente ha sviluppato per prima una consapevolezza della malattia, abbia una missione nei confronti della società.

Non sono assolutamente in grado di citare statistiche a livello mondiale, nazionale o locale. Stando alle mie personali amicizie e conoscenze, mi pare in effetti che i maschi eterosessuali italiani abbiano una vita sessuale piuttosto scarsa ed insoddisfacente ed è noto che il rischio di contagio tra MSM è maggiore che tra FSF e MSF. Quindi ciò che dice è piuttosto plausibile. Mi pare comunque che l'aggettivo "promiscuo" si collochi in quella tradizione perbenista e sessuofobica del "se lo sono andati a cercare" cui accennavo nel mio discorso. "A rischio" mi pare una locuzione meno connotativa e più rispettosa.