Da quando ho fondato Komos mi è capitato più volte di dover avere a che fare con i media. D'altronde Komos è stato fondato con articoli sui giornali. Ultimamente, poi, la notizia della cacciata da parte dell'Arcivescovo di Bologna è stata ripresa praticamente da tutti, dal Corriere alla Gazzetta di Modena, dal Resto del Carlino a Repubblica, dall'Unità a Studio Aperto su Italia1 (che, senza contattarmi, hanno inaspettatamente partorito servizio molto corretto e simpatico), ecc... oltre a tante radio ed innumerevoli siti internet.
Quando quest'estate siamo stati accolti da Don Nildo e dalla parrocchia della Beverara la cosa, pur non essendo stata ignorata, non aveva incontrato altrettanta attenzione presso i media. E dire che ormai siamo tutti abituati a sentire gerarchie ecclesiastiche cattoliche insultare gli omosessuali. La notizia vera, a parer mio, c'è quando questo non succede. Ma in Italia l'omosessualità fa notizia solo quando si tratta di violenze o discriminazioni. E' un meccanismo mediatico consolidato anche dalle associazioni omosessuali italiane, la cui funzione sembra essere soprattutto quella di prefica (nell'antichità classica e nel meridione italiano magnogreco, donna pagata per piangere e disperarsi ai funerali) in ogni occasione luttuosa. (Ultimamente il lavoro non scarseggia affatto.) Anche in questo caso non è mancato il commento di Grillini che ha detto che l'arcivescovo è proprio un bimbo cattivo. Mi pare che i media siano molto felici di mostrare i gay come vittime (oltre che come macchiette, ovviamente) e mi chiedo se ciò non sia parte (probabilmente inconsapevole) di un processo di rimozione del nostro statuto di cittadini uguali agli altri davanti alla legge. Insomma: ho tanti amici gay simpaticissimi e trovo veramente di cattivo gusto picchiare i deviati, ma - che c'entra? - matrimonio e adozioni sono un'altra storia.
Naturalmente andare in televisione è il sogno di ogni italiano medio, che pensa che la visibilità mediatica (come velina, come parlamentare, questo è secondario) sia lo scopo di una vita. Quindi molta gente mi ha criticato per aver rilasciato dichiarazioni ed interviste al quarto potere dicendo che sono un megalomane e cose del genere. Sebbene siano punti che penso di avere già chiarito tante volte, essendo questo blog il luogo dove chiarisco tutto fino al minimo dettaglio senza problemi di spazio ad uso di aficionados e attaccabrighe, preciserò:
- Komos non è un dopolavoro gay per omosessuali che hanno paura di uscire nel mondo e vogliono frequentare solo ambienti gay nei quali si sentano protetti.
- Non è un coro SOLO PER gay o un coro SOLO DI gay. E' un CORO GAY. Ovvero è un progetto artistico e sociale che intende abbattere i pregiudizi che in Italia colpiscono gli omosessuali, mostrando all'opinione pubblica che la comunità gay non è solo stupide paillettes o tristi j'accuse contro il mondo crudele, ma anche, ad esempio, un coro che lavora seriamente per raggiungere elevati obiettivi artistici.
- Per fare ciò è INDISPENSABILE il rapporto con i media. Non si raggiunge l'opinione pubblica arringando i propri orsacchiotti nel calduccio della propria cameretta, ma appunto trovando spazio su giornali, televisioni, radio, internet, ecc...
A questo proposito, due istruttivi aneddoti:
1) Questa estate, mentre Don Nildo teneva testa al fumino Monsignor Vecchi, io ero a Rivalta Piacentina a seguire un corso di canto gregoriano con Giacomo Baroffio ed ero costretto a sottrarre tempo ai carnali piaceri dell'eccellente Locanda del Falco per cercare di richiamare tutti i vari giornalisti che mi avevano lasciato messaggi sul cellulare. Tra le varie interviste la più memorabile è stata senza dubbio quella su Radio 101 con Tamara Donà (un ritorno dai miei ricordi televisivi adolescenziali!), la quale, saputo dove mi trovavo, mi ha chiesto, in diretta: "Ma COME FA il canto gregoriano?" Al che ho risposto intonando la prima strofa dell'Ave maris stella (a parer mio la melodia più bella dell'universo. Ogni volta che mi canto l'incipit, con il suo intervallo di quinta seguito dalla sesta maggiore (messa in termini tonali) mi viene da piangere). Altra piccola gloria della mia carriera: cantare un inno gregoriano su una radio commerciale, preceduto da un singolo di Mika e seguito da uno di Madonna (o simili)! La signorina Donà ha commentato: "Addirittura." Che immagino si possa tradurre: "Certo che questi gay sono proprio strani..."
2) A seguito della maledizione del grande inquisitore, mi hanno chiamato da RaiDue per fare un appello di un minuto al poppolo ittaliano dal balcone de "I fatti vostri", storica trasmissione del mattino, per chiedere se ci sia qualcuno disposto ad aiutarci offrendoci una nuova sede o proponendo sponsorizzazioni. Naturalmente, dovevamo sembrare un coro, ma più di tre persone sul balcone de "I fatti vostri" non ci stanno. Poi, due giorni prima della registrazione agli autori è venuto in mente che se però queste persone non cantano, "televisivamente" non è un coro. Non è venuto loro in mente che far cantare a cappella a parti reali dei coristi amatoriali non è esattamente la cosa più semplice del mondo. Ma, come è noto, per me non esistono cose impossibili. Essendo, oltre tutto, in tre baritoni (io, Paolo G. e Mattia B.) ho provato a suggerire Il ballerino del Gastoldi. A nulla è valso evocare Branduardi (che lo cantò negli anni '60 o '70 quando nella cultura pop andava di moda il falso medioevo e/o rinascimento): il pubblico di RaiDue non avrebbe mai potuto tollerare una cosa che non conosceva. Ci voleva qualcosa di universalmente riconoscibile, nulla del nostro repertorio. "Dai, pensaci, poi fammi sapere" ha detto l'efficientissima Silvia. Non sapendo che pesci pigliare, ho pensato all'inno di Mameli. Quello lo conoscono tutti, no? Ma ultimamente temo che l'unità d'Italia sia un tema che divide più che unire. Senza contare che dei finocchi che cantano l'inno in televisione non può essere altro che una provocazione. Bisogna scegliere: se si è gay non si può essere italiani (cosa che poi risponde a verità).
Al numero 2 per popolarità ho pensato che ci stia Volare di Migliacci-Modugno. E così, in un paio d'ore, ne ho vergato un arrangiamento per tre voci, un tour de force poco raccomandabile, che abbiamo provato sul treno Bologna-Roma, infastidendo non poco i businessmen del vagone di prima classe, come sempre molto indaffarati nell'assumere un'aria professionale nel giocare a solitario sul loro laptop. Alla fine è risultato che "il loro pubblico non gradisce armonizzazioni troppo complesse di grandi classici". Pare che una volta Bollani abbia suonato qualche canzone di Gino Paoli o Mina nella loro trasmissione, guadagnando alla Rai molte lettere di protesta. Il nostro arrangiamento si apriva con una triade diminuita! (Che paura.) Così, all'ultimo lo abbiamo dovuto semplificare brutalmente. Se non altro sono riuscito a conservare la coda dei tre accordi Sol bemolle magiore -Mi maggiore - Si bemolle maggiore. Chissà come sarà venuto. So già che mi pioveranno critiche da ogni dove. Ma il prossimo che mi dice che sono snob o che sono un "talebano della musica"...
Sempre che l'appello vada in onda. Non mi hanno ancora fatto sapere niente. Non vorrei che anche la parola "omosessuale" possa essere considerata una potenziale fonte di turbamento per il delicato pubblico del mattino RaiDue. Prima di registrare mi hanno chiesto se fosse possibile fare due versioni, una con la parola "omosessuale" e una senza. Ovviamente gli ho risposto che no, la cosa non era affatto possibile e che ho delle responsabilità. D'altronde, immaginavo che il loro interesse nei nostri confronti fosse dovuto non a ciò che cantiamo o come la cantiamo, ma appunto al fatto che siamo un coro gay cacciato da un vescovo (e già la chiesa non era affatto nominata nell'appello). Poi pare essersi tutto sistemato. Abbiamo registrato l'appello due volte (per ragioni di inquadratura, non certo musicali, purtroppo) ma con il medesimo testo.
Staremo a vedere.
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